Ettore Bozart

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Bio:

Mi chiamo Ettore Bozart, le mie origini sono italiane, nacqui a Torino il 7 maggio del 1907 per volere del caso, tutt’altro che semplicemente.
Mia madre, si chiama Era, è Italiana, da giovane lavorava come pasticcera in una prestigiosa cioccolateria di Corso Montalieri. La sua vita era abbastanza frustrante, anche se si rendeva conto di rappresentare un eccezione; era triste della sua condizione, triste del fatto che non poté mai studiare, triste del fatto che non poté mai esaudire il suo sogno di scrittrice.
In un giorno più buio del solito accadde che la casualità o la fortuna stravagante la conducevano a obbligarsi un giorno da cassiera nella cioccolateria, e ciò fu qualcosa di fantasticamente strano. La stranezza non derivò dal ruolo che ricopriva quel giorno, la stranezza fu ciò che portò tre anni dopo alla mia scoperta del mondo.
Quello stesso giorno capitava che mio padre, alto, magro, fiero e austriaco sfruttasse il suo ultimo soggiorno nella città di Torino per far visita a qualcuna di quelle locandine italiane che lo avevano sempre affascinato.
Il caso volle che la morte di mia nonna nove giorni prima portasse a lui, in quello stesso giorno alle sei del pomeriggio in punto, la lettera che dichiarava la scomparsa di sua madre. Altro posto non fu abbastanza deprimente come quella città di Torino per passare molti dei prossimi giorni della sua vita.
Tornando a me fu proprio un caso che ventisette settimane dopo l’entropia delle menti di mio padre e mia madre li avesse condotti a sognare, per una notte insieme, un luogo dove spariva la tristezza e la felicità mai conquistata. Nonostante ciò agli occhi di tutti fu abbastanza normale che due persone in quel periodo senza essersi sposate concepissero un figlio, lo chiamassero Ettore, lo crescessero insieme, gli facessero frequentare le scuole elementari e durante i bombardamenti di Torino scappassero dalla città per salvare l’uno l’altro e i sogni di entrambi.
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Fu così che a 8 anni mi ritrovai molto lontano da dove ero sempre stato, in una città chiamata Boston a imparare l’americano, o meglio, l’inglese rivoluzionario. Finita la mia esperienza nella scuola dell’obbligo i miei decisero di ridurre la probabilità a quattro centesimi di diventare come il novantasei percento della popolazione americana. L’educazione impartita mi portò fin qui, all’università di Miskatonic dove iniziai con entusiasmo il corso di fisica del dottor Shelter.
Ciò che invece trovarono di entusiasmante i miei genitori nel “nuovo mondo” fu solamente il fatto di essere diventati più malinconici di quanto lo fossero mai stati in tutta la loro vita. Apparentemente ciò non si spiegava: mia madre iniziò a gettare inchiostro sui fogli bianchi che l’avevano sempre riempita d’inquietudine e mio padre, già che sbadato…non vi dissi che era ingegnere, trovò il lavoro più prestigioso che potesse desiderare, almeno fin quando nel 1926 non morì sul posto di lavoro.
L’incidente sembrò più che strano ai colleghi di lavoro, non era semplice per un ingegnere mai stato pilota prendere da solo quota su un aereo che solo otto minuti dopo si sarebbe schiantato.
La signora Bozart decise che per me quella doveva essere una svolta decisiva, mi lasciò quel poco che bastava per sopravvivere nelle difficoltà degli studi e della crisi imminente dell’economia mondiale e se ne andò chissà dove. Ancora la sorte lasciò qualcosa di ironico nella storia della mia famiglia, in quel periodo conobbi una persona che reputo veramente cordiale e triste di nome Cleliés. Questi aggettivi glieli ho affibbiati non per puro divertimento: le poche persone che mi conoscevano duravano poco prima di stancarsi di parlare con me ed andarsene spaesate e irritate, questo proprio non me lo so spiegare… e per “questo” intendo sia il fatto di aver incontrato qualcuno che fosse interessato a ciò di cui gli parlavo, sia al fatto che la gente odiasse così tanto i miei discorsi.
Si instaurò un rapporto di forte complicità nei confronti della vita, dell’inquietitudine condivisa, della felicità degli altri e dei problemi che non li affliggevano. Entrambi non facemmo in tempo a superare il corso di fisica con ottimi voti che già le nostre coscienze si ammaliavano reciprocamente e la vita si accendeva fulgidamente in quegli sprazzi di emozione che ci donavamo l’un l’altro.
Il professore Donald Shelter conosceva il nostro interesse comune nella gnoseologia oltre che nella fisica, per questo motivo due settimane dopo aver firmato le nostre persone in qualità di fisici teorici, ci invitò a casa sua per una piacevole chiaccherata che ci concedeva lui e un noto signor Rice.
Le due settimane passarono più veloci del previsto, non feci in tempo a comprarmi un abito nuovo per l’occasione tanto che ero occupato a contare le professioni che non avrei mai potuto esercitare, lo stesso fece Cleliés e stranamente tutto ciò non fu imbarazzante come mi ero immaginato.
Arrivati al giorno dell’incontro questo fu veramente entusiasmante, non solo ristrutturai la strada che conduceva la mia mente nel paranormale, più che andavamo avanti nella follia e nella dissolutezza dei nostri discorsi e più che tutto ciò che c’era di strano nella vita andava dissolvendosi. Ci misi un po per percepire che le ombre della vista sfocata del reale si univano come tempere conglomerate in un sol colore.
Nero.
O grigio… non aveva importanza.
La stessa sera Cleliés mi salutava prima di presentarsi ad un impegno, affari di lavoro, non seppi mai per quale motivo però l’impegno la mantene così tanto, lasciandomi infine senza alcuna notizia e con il sapore in bocca dell’ultimo saluto.
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Questi ultimi mesi sono passati velocemente, lavoro come ricercatore all’università, la paga non è buona… né cattiva, ciò che basta.
Un altro giorno al centro, nel mentre che mi dimeno fra equazioni differenziali e montagne, fisicamente parlando, di calcoli algebrici, mi ricordo della formula finale con cui mi lasciò il professor Rice mesi fa all’incontro: “Non sappiamo cosa aspettarci dalla vita né pretendiamo troppo, ci basta quel che abbiamo ma ce ne disperiamo, non pensarci troppo sù ragazzo, ma se ti va… potresti venire ad interessarti anche tu in questo posto di quel che accade nel mondo.”
Ancora conservo il biglietto da visita che mi diede quel giorno Warren Rice, impulsivamente la penna mi cade, mi accorgo che il lavoro al centro doveva essere finito già da due ore. Vado a casa e nel mentre che lo tiro fuori dal cappotto leggo per la prima volta con ansia il biglietto scarno :“Alle ore 10:00 di tutte le sere potete entrare nel cortile del secondo dipartimento dell’università, un buco delle dimensioni di un metro vi lascierà passare dai campi retrostanti, poi procedete a dritto verso l’infermieria, aprite la porta di sicurezza, scendete due rampe di scale e vi troverete davanti una porta di legno, allora saprete cosa fare.”
Nel mentre che leggevo il biglietto mi trovai davanti alla porta di legno e sapevo cosa fare, una voce dal profondo del mio spirito languiva in risposta ciò che c’era scritto sopra la porta:
“Dai un senso alla tua vita.”

-Memorie di Ettore Bozart.

Carattere
Ettore Bozart è un uomo con problematiche esistenziali e crisi d’identità, sempre in affanno rincorre il tentativo di dare un senso al mondo e alla realtà, sarà anche per questo che è interessato al passato. Non è assolutamente timido, anzi è una persona molto affabile che vede il rapporto con gli altri come un metodo continuo e utile a fare nuove esperienze e ad avere una visione più completa del mondo.

Ettore Bozart

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